“Falci, Fontana, Modica, Pietroiusti e Nardone: gli ‘altri’ anni Ottanta. Gli interventi subliminali nello spazio urbano del Gruppo di Piombino” di Simona Antonacci

Un bell’articolo del 2011 della nostra associata, dott.ssa Simona Antonacci, su un argomento poco noto che merita di essere divulgato … Buona Lettura!

“Falci, Fontana, Modica, Pietroiusti e Nardone: gli ‘altri’ anni Ottanta. Gli interventi subliminali nello spazio urbano del Gruppo di Piombino”

Bizzarre cassette gialle raccolgono “contenuti ideologici” agli angoli delle strade, in un bar un videogioco senza manopole attende nuovi giocatori, il pavimento calpestato di una sala da ballo è esposto in una pizza di paese come un grande pannello per le affissioni, i visitatori di una galleria vengono accompagnati nei salotti di sconosciuti vicini di casa e cartelli stradali indicano il nuovo Museo d’arte contemporanea di Firenze, inesistente.
Questa panoramica non corrisponde certo alla visione che in genere abbiamo degli eroici anni Ottanta, così come la storiografia ci ha abituato a immaginarli tra tele espressioniste e salotti mondani, chiusi nelle varie etichette del post, del trans, dell’iper.
In opposizione rispetto alle più celebrate esperienze che caratterizzano il decennio – Transavanguardia e gruppo di San Lorenzo – si sviluppano a Roma alcune forme di ricerca che, attraverso un modello operativo di gruppo e una elaborazione teorica rigorosa e condivisa, costituiscono un’alternativa vitale quanto celata nel panorama locale e nazionale. Tra questi un ruolo peculiare ha il Gruppo di Piombino che, tra il 1983 e il 1991, mette a punto una serie di interventi subliminali nello spazio urbano con i quali il pubblico interagisce in modo inconsapevole.
Dopo l’esperienza dell’Eventualismo, nata intorno a Sergio Lombardo presso il Centro Studi di Psicologia dell’Arte Jartrakor che dal 1977 propone un modello operativo di ricerca a cavallo tra sperimentazione scientifica e intervento artistico, nel 1983 il critico Domenico Nardone fonda insieme a Daniela De Dominicis e Antonio Lombardo la galleria Lascala.
Contemporaneamente il piombinese Gruppo 5 (Stefano Fontana, Pino Modica e Salvatore Falci + un ambiente + il pubblico operante in quell’ambiente) ha già cominciato ad “aggredire” lo spazio pubblico con ludici, sovversivi, goliardici esperimenti, come le abusive sedie di “Sosta Quindici Minuti“, opportunamente sistemate nei Giardini della Biennale del 1984 e presentate in una mostra omonima proprio a Lascala. In questo momento si celebra l’apparizione ufficiale del Gruppo di Piombino, composto dai tre artisti toscani, a cui nel 1987 si aggiunge Cesare Pietroiusti, e da Domenico Nardone.
Nel 1985 quest’ultimo tenta di ridefinire la funzione stessa della galleria con il progetto de Lascala co, spazio espositivo itinerante che viene accolto, in una prima e unica tappa, nel ristorante Il desiderio preso per la coda. Questo modello operativo mette in atto uno strategico progetto “militante” che coinvolge tutte le figure implicate: artista, critico, opera, galleria aderiscono collettivamente, come elementi di un’unica cellula, al progetto di intervento diretto nella realtà. Dal 1987 poi, grazie all’incontro con il gallerista milanese Sergio Casoli, il Gruppo di Piombino vive il suo momento di massima visibilità e riconoscibilità.

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Salvatore Falci, Stefano Fontana, Pino Modica, Sosta Quindici Minuti, intervento urbano con sedie colorate – Giardini della Biennale di Venezia

Nel relazionarsi con il quotidiano l’intervento dei Piombinesi si caratterizza per l’adozione di strategie “morbide”, opposte sia a operazioni urbane di carattere scultoreo permanente o monumentale, sia agli interventi più marcatamente ideologici.
Nel caso dei Piombinesi si tratta di atti minimi, locali e circoscritti, secondo un modello di guerriglia diffusa attuata attraverso pratiche subliminali, basate sul nascondimento e sullo scardinamento del principio di familiarità, come avviene ad esempio con il Rilevatore estetico, sorta di misuratore di pendenza posto davanti alla Torre di Pisa, all’interno del quale è celata una telecamera che registra tutto ciò su cui gli avventori si soffermano con lo sguardo.
In opposizione ai principi di soggettività ed espressività personale dominanti nella cultura “ufficiale” del periodo, l’artista agisce da attivatore piuttosto che autore: stimola e lascia agire, proponendo uno spostamento dall’espressività dell’artista a quella del pubblico. Quest’ultimo è autore preterintenzionale, complice inconsapevole alla situazione attivata dall’artista. L’intervento si configura dunque sempre più come indagine del processo di relazione tra l’individuo e il mondo reale, processo aperto, che valorizza il comportamento inconsapevole, latente, delirante, non contemplativo, anti-economico e dunque creativo.

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Mostra Sosta Quindici Minuti, sedie colorate e grafici, Galleria Lascala – Roma, 1984

La ricerca dei Piombinesi si pone così su un versante alternativo rispetto al ritorno alla pittura degli anni Ottanta, collocandosi per un verso sulla strada dell’intervento urbano di partecipazione proprio degli anni Settanta, modificandone peraltro sensibilmente gli obiettivi attraverso una forma di partecipazione inconsapevole; per l’altro apre alle istanze di recupero di un rapporto diretto con il reale proprio degli anni Novanta e anticipa per alcuni aspetti le pratiche relazionali del decennio. In un senso più ampio la sperimentazione dei Piombinesi riflette una più vasta trasformazione epistemologica che vede uno spostamento di attenzione dalla grande Storia alla microstoria e alle pratiche del quotidiano.
I minimi movimenti che compiamo inconsapevolmente in una cabina telefonica o mentre aspettiamo l’autobus; gli involontari ma persistenti segni che lasciamo quando testiamo un prodotto al supermercato; le piccole tracce, scarabocchi, gesti, che restano impressi sugli oggetti che passano tra le nostre mani, sono espressioni di tattiche individuali attraverso cui reinventiamo l’esperienza del reale.
L‘invenzione del quotidiano si basa su un lavoro nascosto, marginale e opportunistico. Riflette un progetto disperso e capillare, dislocato e locale, minimo e costante, un modo per scoprire nell’individuo una possibilità di abitare con consapevolezza e coscienza critica anche il mondo contemporaneo, un invito a trovare il seme creativo di una nuova progettualità anche nell’arido vivere quotidiano imposto dalla società postmoderna.

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Pino Modica, Rilevatore estetico, intervento urbano,apparecchio con telecamera nascosta da cui viene tratto video,1985


In copertina: Cesare Pietroiusti, N-Titoli, tovaglie e pennarelli, intervento a Lascala co Il desiderio preso per la coda, 1987

di Simona Antonacci

tratto da:

Teknemedia.net - l'arte contemporanea in italia